Regione, il malcontento continua

C’è ragione e Regione. Da una parte le riforme sono una delle parole più abusate in questi tempi, perciò c’è ragione di riformare le istituzioni come si è tentato di fare nelle ultime legislature. Però c’è anche Regione Lombardia e i suoi uffici ancora mezzi vuoti: in tanti si lamentano perché lo stipendificio sembra aver chiuso. Prima era una macchina perfetta: appena nominati i nuovi consiglieri arrivavano le assunzioni di collaboratori e amici. I budget erano ancora più ricchi di adesso e l’attenzione più bassa. Ora è tutto cambiato: “Se vai nei nostri vecchi uffici è un deserto”, racconta uno degli storici “stipendi”. Anche lui è rimasto senza il posto e se la prende con Gianluca Comazzi, coordinatore in Regione di Forza Italia e assurto per un volo pindarico del Corriere a campione della destra estrema: “Ha sistemato solo i suoi e poi basta, non risponde nemmeno al telefono”. Comazzi l’uomo amico di Casa Pound e adesso anche causa di desertificazione. Se non fosse nota a tutti la sua biografia, verrebbe da crederci. Intanto però c’è il dato: le ultime riforme, per quanto potessero essere positive, hanno bloccato un sistema senza proporre un vero modello alternativo. Per quanto sembri assurdo buona parte dei ‘portaborse’ o ‘stipendi’ sono parte dei piccoli ingranaggi che fanno muovere una macchina: solo un disturbato potrebbe pensare, ad esempio, che un assessore di una regione da dieci milioni di persone sia umanamente in grado di ascoltare da solo tutti, visitare tutti, parlare con tutti e scrivere leggi e provvedimenti. Ma forse qualcuno lo pensa…

Arriva la proclamazione, ma ancora niente assessori

Il toto assessori prosegue, cioè non hanno ancora deciso anche se almeno è arrivata la proclamazione degli eletti. La lotta interna alla maggioranza regionale non è arrivata al dunque. Cronisti bravi e non si lanciano in una continua ricerca dell’ultima voce, puntualmente smentita poco dopo. Però si sa: i giornali escono tutti i giorni. Per questo anche il Corriere della Sera è già tre volte che pubblica due pagine che spiegano la prossima giunta: sanno anche loro che nessuno ricorda quello che è stato pubblicato ieri, figurarsi due giorni fa. E intanto i notisti politici elargiscono favori o stoccate ad amici e nemici, segno che il sogno di un giornalismo con un peso non è ancora tramontato. Qualcuno pensa forse anche al proprio futuro in politica, d’altronde c’è piùdi un giornalista mutatosi in politico. Anche qualche vicedirettore del Corsera, come Massimo Mucchetti: memorabile come alcuni sui ex colleghi lo coccolarono durante la sua prima campagna elettorale. (Felicemente sbarcato al Senato grazie al sostegno di un vero potere forte, è entrato guarda caso con la casacca del Partito democratico). Intanto da via Solferino, dove a quanto pare qualcuno è amico di Fabio Altitonante sono arrivare delle stoccate a gente malvista dall’elite come Silvia Sardone. Nonostante questo la bionda terribile ha un pacco di voti, solo un filo meno di Giulio Gallera il più votato di tutti, e a quanto pare ha resistito. Riccardo De Corato probabilmente ha le lacrime agli occhi perché lo indicano come assessore alla Sicurezza, un paradiso per uno “sceriffo” come lui anche se Regione quella carica vale come il due di picche. Al massimo il quattro se si considera la Protezione civile. Nella Lega, fatto salvo il potente Bolognini, i nomi circolano come le correnti d’aria. I cespugli sperano, mentre non è detto che Fontana riesca a tenere per la propria lista molte deleghe. Di fatto come dicevano all’inizio, non è stata presa nessuna decisione definitiva.

Sala sfotte Fontana

Non è simpatico, ma ha anche ragione. Giuseppe Sala, per gli amici benificati Beppe, sfotte Attilio Fontana, inaspettato mattatore delle ultime elezioni per Palazzo Lombardia. “Attendo con ansia la nuova giunta Fontana” ha dichiarato il sindaco di Milano più inspiegabile degli ultimi decenni. Un colpo di fioretto, ma dritto al cuore perché il varesotto ancora non ha stabilito chi farà cosa nella sua giunta. Nè tantomeno si è capito chi è stato eletto e dove: i verbali spariti sono tanti a Milano, ma non solo. Fino a due giorni fa a Legnano, alcune decine di migliaia di votanti, non risultava alcun voto per alcuno. Dove sono finiti? E’ davvero solo un problema legato ai nuovi bollini di qualità? Il problema sta montando, mentre Fontana non ha ancora risolto il rebus delle poltrone. La Pasqua come ogni festività anestetizza tutto, ma fino a quando durerà? C’è chi ha investito tanti soldi e speranze nelle regionali 2018 ed è rimasto con un palmo di naso. Intanto Attilio da Varese non sembra in grado di gestire il risiko delle poltrone: in ballo forse ci sono anche gli equilibri romani con Forza Italia, ma perché avere un’Amministrazione paralizzata proprio da quella Roma ladrona tanto odiata dalla vecchia Lega Nord? Sala, dopo aver preso una legnata nei denti sul dossier Ema, scossa il dardo avvelenato contro Fontana: facile che voglia solo vendicarsi dopo aver scoperto che in Europa se ne sbattono se lui pesta i piedi come i bambini. Expo è finito e lui è un leader locale di secondo piano. Renzi, Salvini e ora Di Maio sono spanne sopra. Lui non ha ancora digerito il fatto che i capi del mondo lo snobbino, ma ribadiamolo: caro Beppe, ti incontravano in quanto commissario governativo di Expo, poi il bigliettino lo hanno buttato via. Ma tra una villa non dichiarata in Liguria e un’attività edilizia in Slovenia pensava di essere un leader europeo dai grandi progetti (in questi giorni riparte il baraccone cialtronesco dei navigli: il giudizio è severo perché siamo sul livello di Ema, sogni di Beppe il Piccolo), invece niente. Quale modo migliore di smaltire la delusione se non affondare la lama nelle ferite di un anziano signore di Varese?

Seggi a rischio, il Corriere se ne accorge

Se ne accorge anche il Corriere delle Sera. La questione dei voti mancanti sta mettendo in agitazione la corsa alle poltrone perché non tutti sono sicuri di aver davvero assicurato il futuro. Oggi come oggi la lista è quella uscita dopo pochi giorni, ma in molti hanno un problema reale: se saltassero all’ultimo non avrebbero più dove andare. Diversi politici non hanno infatti reali competenze, o non hanno mai lavorato veramente. Dunque se restano senza poltrona diventerebbero disoccupati senza titoli e prima dei prossimi giri elettorali (per le europee ci vogliono migliaia di voti) ne passerà di tempo.

regioneSenesi

Intanto prosegue la guerra degli assessorati: la minaccia attuale è di ridurre a 14 i membri della giunta. Due posti in meno non sono pochi, soprattutto se è vero che la Lega ne vuole otto. Gli alleati, tra cui i forzisti come Giulio Gallera e Silvia Sardone, hanno preso decine di migliaia di voti e non possono essere ignorati. Allo stesso tempo la rilevanza della Lega come gruppo è indiscutibile, ma non bisogna dimenticare gli alleati come Fratelli d’Italia e i cespugli. Sei posti non sono pochi, ma sempre meno di otto. Questo non può fare altro che acuire ancora le tensioni.

Gli eletti (per ora) in Lombardia e chi rischia il posto

Di seguito l’elenco degli eletti nel consiglio regionale lombardo, compresi quelli che rischiano il posto. Manfredi Palmeri e uno di Fratelli d’Italia sono tra questi. E ancora non si tiene conto dei 14mila di cui ha parlato Goolem.net e che anche Affaritaliani.it ha raccontato in un articolo. La notizia è questa: mancano 24 verbali di sezione con i voti delle regionali, mediamente ci sono 700 voti per sezione, quindi sono circa 14mila voti che non si trovano. Non sono bruscolini, anzi: potrebbero causare una modifica sostanziale degli eletti, sempre che non salti proprio il banco. Per legge tutti i verbali devono essere consegnati a due depositi, uno presso la Corte d’Appello territoriale che certifica e proclama gli eletti; l’altro in un deposito comunale dove qualunque cittadino può chiedere di prendere visione, ma anche di avere copia, di un qualunque verbale. Questa volta però i verbali mancano. I funzionari del Comune non hanno potuto fare altro che spiegare che non gli sono arrivati: “Non li abbiamo”, hanno affermato sconsolati. “Per legge dovrebbero esserci, ma non li abbiamo”. Nessuno può dunque certificare legalmente le elezioni. Come finirà per Attilio Fontana?

LEGA – Malanchini Giovanni Francesco; Anelli Roberto; Galizzi Alex; Mazzoleni
Monica; Rolfi Fabio; Massardi Floriano; Ghiroldi Francesco Paolo; Epis
Federica; Turba Fabrizio; Spelzini Gigliola; Lena Federico; Nogara Flavio;
Foroni Pietro; Cappellari Alessandra; Senna Gianmarco; Bastoni Massimiliano;
Trezzani Curzio; Scurati Silvia; Giudici Simone; Monti Andrea; Corbetta
Alessandro; Mariani Marco Maria; Mura Roberto Giovanni Mario; Sertori
Massimo; Brianza Francesca Attilia; Monti Emanuele; Colombo Marco.
FORZA ITALIA – Franco Paolo; Mattinzoli Alessandro; Tironi Simona; Turba
Fabrizio; Fermi Alessandro; Piazza Mauro; Gallera Giulio; Sardone Silvia;
Comazzi Gianluca; Altitonante Fabio; Sala Fabrizio; Romeo Paola; Invernizzi
Ruggero Armando; Palumbo Angelo.
FDI – Magoni Lara; Beccalossi Viviana; De Corato Riccardo.
NOI CON L’ITALIA – Del Gobbo Luca.
ENERGIE PER LA LOMBARDIA – Palmeri Manfredi.
LISTA FONTANA PRESIDENTE – Basaglia Cosentino Giacomo.
PARTITO DEMOCRATICO – Scandella Jacopo; Girelli Gian Antonio; Orsenigo Angelo
Clemente; Piloni Matteo; Straniero Raffaele; Baffi Patrizia; Forattini
Antonella; Bussolati Pietro; Borghetti Carlo; Pizzul Fabio; Rozza Carmela;
Bocci Paola; Ponti Pietro; Villani Giuseppe; Astuti Samuele.
LISTA GORI PRESIDENTE – Carretta Niccolò; Strada Elisabetta.
MOVIMENTO 5 STELLE – Violi Dario; Alberti Ferdinando; Erba Raffaele; Degli
Angeli Marco; Fiasconaro Andrea; De Rosa Massimo Felice; Forte Monica; Mammi’
Consolato; Piccirillo Luigi; Di Marco Nicola; Fumagalli Marco; Verni Simone;
Cenci Roberto.

Elezioni, iniziata la guerra degli assessorati

Gli assessorati sono importanti, per questo giornaletti e giornaloni hanno iniziato la guerra per piazzare i propri favoriti. Più di molti altri posti, perché chi controlla quelli ‘pesanti’ può puntare molto in alto: Regione Lombardia ha un bilancio di poco meno di 30 miliardi di euro. La gran parte è concentrata sulle spese per la Sanità, sancendo così il ruolo di vicepresidente reale per chi ricopre la carica di assessore alla Sanità. Il vicepresidente ufficiale non ha un peso reale, almeno di solito: serve più che altro a bilanciare il gioco di pesi e contrappesi tra le varie componenti della coalizione vittoriosa. I rumors dicono che Giulio Gallera è pronto al bis: dovrebbe tornare alla Sanità, ma qualcuno suggerisce che preferirebbe un altro ruolo, ma ci torneremo.

Per adesso il Corriere ha attaccato Silvia Sardone, record woman di Forza Italia: nessuno si aspettava che arrivasse a poche centinaia di voti da Giulio Gallera, il più votato in assoluto a questo giro. Essendo lanciata verso un assessorato (Formazione e Lavoro) con poco budget, ma con il tesoro dei corsi di formazione (da sempre bacino di voti immenso a livello regionale) si è fatta molti nemici. E qualcuno con dei buoni amici al Corriere della Sera. Via Solferino ha tirato fuori uno dei più clamorosi scivoloni della bionda terribile di Forza Italia: quando era alla guida di Afol, azienda proprio di formazione e lavoro, fu accusata di aver causato un danno erariale alla società. I procedimenti civili e penali hanno stabilito che lei era estranea alle responsabilità della vicenda, per questo Sardone ostenta serenità: il procedimento è tornato al disonore delle cronache per un provvedimento della Corte dei Conti che ha chiesto alla bionda terribile di produrre la documentazione relativa alla vicenda. “Un atto dovuto” ha commentato lei. La palla poi non è stata raccolta da altre testate, ma ha segnato la corsa agli assessorati. Qualche nemico interno ha passato la velina, ora bisognerà vedere se l’attacco sarà servito. E se sarà l’ultimo, la guerra degli assessorati è appena incominciata.

Se ne accorgono anche i giornali: Lega a rischio scissione

Fino ad ora sembrava fantapolitica, invece la scissione delle Lega sbarca sui giornali nazionali.

In fondo una scissione c’è già stata: tra la Lega e il Nord, almeno nel simbolo. Era uno dei partiti più antichi d’Italia, quindi era forse inevitabile che cambiasse nome come gli altri. L’originalità della coerenza non sembrava un disvalore, ma per i piani nazionali di Matteo Salvini tutto andava bene.

La scommessa di Matteo il Verde tra l’altro ha premiato eccome: in una mossa ha smacchiato il Giaguaro Berlusconi più di tutti i ‘sinistri’ del Paese. E la Lega per la prima volta è il primo partito della coalizione di centro destra, ma i problemi veri iniziano ora: un conto è soffiare sull’insicurezza legata a un’immigrazione incontrollata, un conto destreggiarsi nei palazzi della politica. Umberto Bossi ha dimostrato di non essere uno sprovveduto, ma è stato assorbito insieme alla prima onda di leghisti che volevano addirittura fare la rivoluzione nordica con le armi. Poi è arrivato Grillo, ma anche lui e i suoi che dovevano spaccare tutto si sono normalizzati. Di Maio gira in doppio petto felice di aver svangato un’esistenza in un modo che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. Si parla di responsabilità dalle parti del Movimento 5 Stelle. La decadenza di Roma procede da migliaia di anni, non esiste nemico che possa vincerla.

Ora tocca a Salvini, che però deve anche affrontare la resistenza interna. Altro aspetto endemico in un grande partito. La scissione dalle proprie radici nordiche non è ancora stata digerita da molti leghisti. Inoltre il Nord è governato insieme proprio a Forza Italia, un fattore di forza che gli avversari dei salviniani come Roberto Maroni stanno cercando di far pesare per frenare l’aspirante premier. “Se esageri, possiamo far saltare le regioni” questo il messaggio di Arcore and friends. Salvini però non è uno che si lascia sottomettere, al massimo finge di cedere per poi sferrare colpi mortali come le mantidi. Per ora però lo spettro scissione ritorna e nessuno sembra dispiacersi, in fondo a Forza Italia basta che i non allineati portino via a Salvini un tre-quattro per cento. Ma ci riuscirebbero davvero?

 

Unicef contro Massimo Pagani (lista Fontana)

Altra tegola per Attilio Fontana. L’Unicef e altre organizzazioni umanitarie chiedono le dimissioni di Massimo Pagani. Una nomina che a loro dire sarebbe irregolare.

Massimo Paganinominato tre anni fa dalla maggioranza del Consiglio regionale, ha manifestato fin dall’inizio inadeguatezza rispetto al ruolo affidatagli mantenendosi inerte per i primi due anni e convocando la Consulta, prevista dalla legge regionale istitutiva del Garante, solo nell’ultimo anno senza darle la possibilità di lavorare in tutte le commissioni tematiche nonostante le continue sollecitazioni ricevute.

In questo scenario di scarso e discontinuo funzionamento di un organismo fondamentale per la promozione e la difesa dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza come previsto dalla Convenzione ONU, legge 176 dello Stato Italiano, si è aggiunta una situazione di grave preoccupazione.

Massimo Pagani è candidato nella lista regionale per Fontana Presidente e ciò è del tutto incompatibile con il ruolo di authority e con il Regolamento Elettorale della Regione Lombardia che indica con chiarezza il Garante tra le persone ineleggibili.

Chiediamo quindi le immediate dimissioni di Massimo Pagani dal suo ruolo di garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Chiediamo inoltre di essere ascoltati dal Presidente del Consiglio Regionale, affinchè in futuro nella nomina di una figura di garanzia così importante prevalgano gli interessi degli under 18.

Lega, Maroni e Grande Nord spine nel fianco

Qualcuno pensava che alla fine si sarebbe allineato senza troppe storie, ma Roberto Maroni non è Umberto Bossi. Non ha procedimenti gravi a carico (qualcosa sì legato a Expo, ma poca roba per uno che è stato ministro degli Interni) nè una lunga storia di famiglia da farsi perdonare. Diamanti in Tanzania compresi. Maroni è un vecchio democristiano che nei Palazzi ha molti amici e non presentarsi alla manifestazione in Duomo organizzata dai Salviniani è un messaggio chiaro. Lui non farà una guerra apertamente, ma non offrirà il suo sostegno né tanto meno i suoi voti che invece è probabile che confluiscano su Grande Nord. La formazione di fuoriusciti leghisti sembrava avere poche speranze e inizialmente è stata snobbata dalla stampa, però è riuscita a raccogliere le firme per presentarsi in molti collegi. Segno che una base c’è. L’odore di Maroni sembra vicino: l’ormai ex governatore lombardo era quello che aveva organizzato la resistenza interna a Bossi proprio con il movimento dei “Barbari sognanti”. Un pezzo della Lega Nord che si proponeva come più “puro” e che per un attimo sembrava aver preso il controllo del partito autonomista dopo la rivoluzione delle scope, il momento in cui la Lega Nord cadde in basso insieme al cerchio magico bossiano e si provò a ripulirla dall’interno. Poi però arrivò Salvini che scippò abilmente il partito ai barbari sognanti trasformandolo in un partito nazionalista e tingendolo di una mano di nero.

Ora sembra che Maroni non abbia intenzione di mettersi proprio di traverso, ma sicuramente non appoggia Salvini. Se davvero i suoi fedelissimi stanno lavorando per Grande Nord, la nuova Lega rischia seriamente di prendere una bastonata alle elezioni dove dovrebbe essere più forte. Già alle comunali milanesi ci si aspettava il botto in termini percentuali e invece fu Forza Italia a raggiungere il 20 per cento dei consensi. E Grande Nord non era ancora arrivata. Inoltre se c’è un posto in cui Salvini è detestato è proprio Milano, città tradizionalmente allergica a un certo modo di politica. Non a caso anche i grillini hanno sempre avuto percentuali risicate. Se anche parte dei leghisti nel segreto dell’urna voteranno chi ha ancora in testa l’autonomia e magari l’indipendenza della Padania, Salvini potrebbe vedere i sorci verdi.

Autonomia, passettino in avanti

Con la Lombardia mercoledì a Roma firmeranno un primo patto con il governo sull’autonomia anche Veneto ed Emilia Romagna. Lo ha riferito il presidente della Regione Roberto Maroni a margine del resoconto di fine legislatura a Palazzo Lombardia. “Firmerò assieme a Zaia e Bonaccini. Le tre regioni che hanno lanciato questa iniziativa”, ha detto Maroni ringraziando poi il Governo “e in particolare il sottosegretario Bressa” che, ha sottolineato “ha avuto coraggio, non era facile”. Mercoledì
“si conclude la ‘fase uno’ del post referendum”, ha aggiunto. Il percorso per
arrivare all’intesa definitiva come spiegato in più occasioni dallo stesso
governatore dovrà proseguire con le prossime legislature, nazionale e regionale, fino ad arrivare alla ‘ratifica’ da parte del Parlamento.

La notizia non è da poco, perché nella cronaca politica dovrebbe essere titolata così: Maroni porta avanti la battaglia per la sopravvivenza. La sua ovviamente. Il referendum lombardo è andato benino, nè un totale flop nè una vittoria: Maroni ha dimostrato di essere in grado di spostare milioni di votanti, per questo ha finito la carriera in bellezza (per chi ci ha creduto che sia finita) e non malamente come Bossi, ignorato dal suo stesso partito. Salvini non ha potuto spazzare via del tutto i maroniani proprio per il risultato del referendum lombardo, come riportato anche dal sito latestata.org. Avendo ottenuto molti voti, non potevano essere cacciati con forza perché in politica contano i voti e la capacità di mobilitare masse. Maroni ha preferito mettersi comunque a riposo, almeno per vedere se davvero i salviniani saranno in grado di ottenere un consenso più ampio su Milano. Oltre a sè stesso il Capitano, come lo chiamano i suoi, ha schierato in prima linea anche Gianmarco Senna, suo uomo di fiducia, come capolista. Il progetto, oltre che cercare di vincere con Attilio Fontana, è di dimostrare che se in Lombardia i referendum leghisti sono andati male sia tutta colpa di Maroni e amici. Per questo Maroni batte ancora sul punto del referendum anche se “per arrivare all’intesa definitiva come spiegato in più occasioni dallo stesso governatore dovrà proseguire con le prossime legislature”. Quindi un altro mezzo successo, forse utile a farlo sopravvivere. O forse no, dipende da quanti voti raccoglieranno Salvini e i suoi.