Se ne accorgono anche i giornali: Lega a rischio scissione

Fino ad ora sembrava fantapolitica, invece la scissione delle Lega sbarca sui giornali nazionali.

In fondo una scissione c’è già stata: tra la Lega e il Nord, almeno nel simbolo. Era uno dei partiti più antichi d’Italia, quindi era forse inevitabile che cambiasse nome come gli altri. L’originalità della coerenza non sembrava un disvalore, ma per i piani nazionali di Matteo Salvini tutto andava bene.

La scommessa di Matteo il Verde tra l’altro ha premiato eccome: in una mossa ha smacchiato il Giaguaro Berlusconi più di tutti i ‘sinistri’ del Paese. E la Lega per la prima volta è il primo partito della coalizione di centro destra, ma i problemi veri iniziano ora: un conto è soffiare sull’insicurezza legata a un’immigrazione incontrollata, un conto destreggiarsi nei palazzi della politica. Umberto Bossi ha dimostrato di non essere uno sprovveduto, ma è stato assorbito insieme alla prima onda di leghisti che volevano addirittura fare la rivoluzione nordica con le armi. Poi è arrivato Grillo, ma anche lui e i suoi che dovevano spaccare tutto si sono normalizzati. Di Maio gira in doppio petto felice di aver svangato un’esistenza in un modo che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. Si parla di responsabilità dalle parti del Movimento 5 Stelle. La decadenza di Roma procede da migliaia di anni, non esiste nemico che possa vincerla.

Ora tocca a Salvini, che però deve anche affrontare la resistenza interna. Altro aspetto endemico in un grande partito. La scissione dalle proprie radici nordiche non è ancora stata digerita da molti leghisti. Inoltre il Nord è governato insieme proprio a Forza Italia, un fattore di forza che gli avversari dei salviniani come Roberto Maroni stanno cercando di far pesare per frenare l’aspirante premier. “Se esageri, possiamo far saltare le regioni” questo il messaggio di Arcore and friends. Salvini però non è uno che si lascia sottomettere, al massimo finge di cedere per poi sferrare colpi mortali come le mantidi. Per ora però lo spettro scissione ritorna e nessuno sembra dispiacersi, in fondo a Forza Italia basta che i non allineati portino via a Salvini un tre-quattro per cento. Ma ci riuscirebbero davvero?

 

Lega, Maroni e Grande Nord spine nel fianco

Qualcuno pensava che alla fine si sarebbe allineato senza troppe storie, ma Roberto Maroni non è Umberto Bossi. Non ha procedimenti gravi a carico (qualcosa sì legato a Expo, ma poca roba per uno che è stato ministro degli Interni) nè una lunga storia di famiglia da farsi perdonare. Diamanti in Tanzania compresi. Maroni è un vecchio democristiano che nei Palazzi ha molti amici e non presentarsi alla manifestazione in Duomo organizzata dai Salviniani è un messaggio chiaro. Lui non farà una guerra apertamente, ma non offrirà il suo sostegno né tanto meno i suoi voti che invece è probabile che confluiscano su Grande Nord. La formazione di fuoriusciti leghisti sembrava avere poche speranze e inizialmente è stata snobbata dalla stampa, però è riuscita a raccogliere le firme per presentarsi in molti collegi. Segno che una base c’è. L’odore di Maroni sembra vicino: l’ormai ex governatore lombardo era quello che aveva organizzato la resistenza interna a Bossi proprio con il movimento dei “Barbari sognanti”. Un pezzo della Lega Nord che si proponeva come più “puro” e che per un attimo sembrava aver preso il controllo del partito autonomista dopo la rivoluzione delle scope, il momento in cui la Lega Nord cadde in basso insieme al cerchio magico bossiano e si provò a ripulirla dall’interno. Poi però arrivò Salvini che scippò abilmente il partito ai barbari sognanti trasformandolo in un partito nazionalista e tingendolo di una mano di nero.

Ora sembra che Maroni non abbia intenzione di mettersi proprio di traverso, ma sicuramente non appoggia Salvini. Se davvero i suoi fedelissimi stanno lavorando per Grande Nord, la nuova Lega rischia seriamente di prendere una bastonata alle elezioni dove dovrebbe essere più forte. Già alle comunali milanesi ci si aspettava il botto in termini percentuali e invece fu Forza Italia a raggiungere il 20 per cento dei consensi. E Grande Nord non era ancora arrivata. Inoltre se c’è un posto in cui Salvini è detestato è proprio Milano, città tradizionalmente allergica a un certo modo di politica. Non a caso anche i grillini hanno sempre avuto percentuali risicate. Se anche parte dei leghisti nel segreto dell’urna voteranno chi ha ancora in testa l’autonomia e magari l’indipendenza della Padania, Salvini potrebbe vedere i sorci verdi.